CANTATE AL SIGNORE CON ARTE – Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo

Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo

(Sal. 32, Disc. 1, 7-8; CCL 38, 253-254)

«Lodate il Signore con la cetra, con l’arpa a dieci corde a lui cantate. Cantate al Signore un canto nuovo!» (Sal 32, 2. 3). Spogliatevi di ciò che è vecchio ormai; avete conosciuto il nuovo canto. Un uomo nuovo, un testamento nuovo, un canto nuovo. Il nuovo canto non si addice ad uomini vecchi. Non lo imparano se non gli uomini nuovi, uomini rinnovati, per mezzo della grazia, da ciò che era vecchio, uomini appartenenti ormai al nuovo testamento, che è il regno dei cieli. Tutto il nostro amore ad esso sospira e canta un canto nuovo. Elevi però un canto nuovo non con la lingua, ma con la vita.
Cantate a lui un canto nuovo, cantate a lui con arte (cfr. Sal 32,3). Ciascuno si domanda come cantare a Dio. Devi cantare a lui, ma non in modo stonato. Non vuole che siano offese le sue orecchie. Cantate con arte, o fratelli. Quando, davanti a un buon intenditore di musica, ti si dice: Canta in modo da piacergli; tu, privo di preparazione nell’arte musicale, vieni preso da trepidazione nel cantare, perché non vorresti dispiacere al musicista; infatti quello che sfugge al profano, viene notato e criticato da un intenditore dell’arte. Orbene, chi oserebbe presentarsi a cantare con arte a Dio, che sa ben giudicare il cantore, che esamina con esattezza ogni cosa e che tutto ascolta così bene? Come potresti mostrare un’abilità così perfetta nel canto, da non offendere in nulla orecchie così perfette?
Ecco egli ti dà quasi il tono della melodia da cantare: non andare in cerca delle parole, come se tu potessi tradurre in suoni articolati un canto di cui Dio si diletti. Canta nel giubilo. Cantare con arte a Dio consiste proprio in questo: Cantare nel giubilo. Che cosa significa cantare nel giubilo? Comprendere e non saper spiegare a parole ciò che si canta col cuore. Coloro infatti che cantano sia durante la mietitura, sia durante la vendemmia, sia durante qualche lavoro intenso, prima avvertono il piacere, suscitato dalle parole dei canti, ma, in seguito, quando l’emozione cresce, sentono che non possono più esprimerla in parole e allora si sfogano in sola modulazione di note. Questo canto lo chiamiamo «giubilo».
Il giubilo è quella melodia, con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole. E verso chi è più giusto elevare questo canto di giubilo, se non verso l’ineffabile Dio? Infatti è ineffabile colui che tu non puoi esprimere. E se non lo puoi esprimere, e d’altra parte non puoi tacerlo, che cosa ti rimane se non «giubilare»? Allora il cuore si aprirà alla gioia, senza servirsi di parole, e la grandezza straordinaria della gioia non conoscerà i limiti delle sillabe. Cantate a lui con arte nel giubilo (cfr. Sal 32, 3).

PASSIAMO ALL’ALTRA RIVA

Dal Vangelo secondo Marco

In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Nulla è a caso e nulla è scontato in questa vita.Nulla avviene senza un movimento di energia, tutto è movimento ed energia. L’uomo vive in questa vita spesso senza sapere che qualsiasi realtà visibile o invisibile si muove e si trasforma e deve la sua esistenza all’energia impressa dal Creatore agli inizi della creazione
In quel giorno, prima di questo racconto dell,evangelo di Marco, Gesù racconta durante tutta una lunga giornata una serie di parabole che hanno come tema il seme, il seminatore (riferiti anche al Regno di Dio), l’ascolto profondo che in noi suscita luce e bellezza personale e che illumina il mondo (parabola della lampada) il seme che cresce da solo e il granello di senape.Cosa fa sì che la nostra vita porti frutto o meno? E se c’è un frutto di che qualità è? E da cosa dipende la qualità dei nostri frutti?
Tante domande, le domande di una esistenza intera, domande che portano in sintesi a una sola: sono felice? Da questa risposta dipende tutto il nostro vivere presente, il vivere di ognuno che diventa anche il vivere di un popolo intero.Diventa il nostro sistema educativo, la nostra cultura, politica, economia. Si mostra nel sorriso o nel buio esistenziale dei nostri bambini e dei giovani.Gesù parla a un popolo senza direzione e verità che vive nell’incertezza tra passato e futuro tra un giorno e una notte.
È lì che passa Lui, la via, la verità, la vita, il pane, l’acqua che disseta.
I suoi discepoli sono con lui, da tempo sono testimoni oculari dei prodigi che Gesù compie tra le genti, operati perchè non vi sia confusione su chi veramente Egli sia e cosa sia venuto a compiere su questa terra.
Essi vivono con lui ma la loro fede ancora è incerta e lo è tragicamente sempre di più. Dopo aver a lungo insegnato Gesù non si ferma in quel luogo a raccogliere i plausi o i dubbi del popolo ma sceglie di passare all’altra riva.È giunta la sera, quel giorno è finito e le tenebre non inghiottiranno la luce del Figlio di Dio abbandonato alla stanchezza.Chiunque si sarebbe fermato a riposare ma Gesù vuole andare, sempre dall’altra parte mai dove la nostra mente prevederebbe, dove la logica umana vuole.E’ la vita che non si ferma mai. Nel Vangelo di Matteo si leggeIl lago inizialmente tranquillo sul far della sera è segno della vita in Dio, Gesù dopo ogni giornata e ogni fatica si ritira a pregare da solo. Sale in montagna o si ritira sulle rive del lago o del mare dove solo le stelle e il silenzio possano essere il suo giaciglio. Il vangelo dice che i discepoli presero Gesù “così com’era”, solo la sua divina e luminosa persona senza nulla per la notte, neanche una coperta, nella totale serenità.Sale nella barca per attraversare le acque della vita, acque ormai tenebrose. Le altre barche a un certo punto si fermano, c’è l’incognita della notte, del buio, la paura. Solo la barca dove Gesù dorme sereno procede verso il luogo dell’incontro con Dio, attraversando l’esistenza, l’universo intero.Su quella barca c’è Colui che era prima che il mondo fosse.Colui che non teme nulla e nessuno.
Così ecco la tempesta, le tenebre e le forze del male, tutta l’energia “altra” della vita fisica si scatena in quelle acque. Compito della tenebra e del suo “signore” è quello di ridurre a impotenza la luce, cancellarla ed assorbirla.
Mentre Gesù riposa sereno è dal cuore di quegli uomini che si scatena l’uragano, è la loro paura per quella sua quiete che non si scompone nemmeno al quasi affondare della barca. La mente umana non sa accettare i tempi e le modalità di Dio, deve seguire la sua logica, i suoi tempi. E quando qualcosa non funziona si agita come sempre, rende la persona un essere in preda al panico e l’inquietudine. I discepoli erano sulla barca più potente e sicura del mondo, su quelle tavole semplicemente ichiodate Dio riposa serenamente nel suo cuscino. E’ la quiete, la calma della preghiera, del chiudersi nel proprio intimo cercando la relazione con lui, nel silenzio, dentro al suo creato, sotto le stelle…
Quell’inquietudine, quel non voler credere, il non lasciarsi andare all’evidenza di essere nelle mani di Dio, diviene una violenta bufera e gli elementi si scatenano mostrando la loro potenza. Quando siamo nell’insicurezza e nella non fede ci sentiamo irrimediabilmente perduti. Questi uomini imprecano, temono e, per finire, conseguenza inevitabile, si arrabbiano.
Sì, è la rabbia il risultato del non affidarsi. Qualcuno direbbe che la paura è umana, vero, ma la paura impedisce l’amore, è il suo contrario e quando non ami ti arrabbi, e puoi arrabbiarti tanto. Intanto Gesù riposa sereno.
Gli uomini imprecano contro Dio, contro la bellezza e la luce, imprecano contro ciò che vorrebbero raggiungere. I discepoli si arrabbiano con Gesù: NON VEDI CHE AFFONDIAMO? Non hanno capito chi è Lui, non sanno chi c’è nella barca, eppure di prodigi e di segni ne aveva fatti tanti e ancora di più, aveva guarito e sfamato, fatto ritornare i morti alla vita. Ma alla mente non basta, non basta mai, anche se il cuore sente e gli occhi vedono! Ed è solo questo che risveglia la pace del Signore che riposa nella barca, ancora è Lui che ci viene incontro. Quasi sgomento ma con forza, intima ai flutti di calmarsi, al vento di tacere, e gli obbediscono.
E’ Dio costretto a mostrarsi, a fare qualcosa che non sarebbe necessario ma che attenua la nostra paura di procedere, di andare. La sua misericordia è ancora scendere al nostro livello, abbassarsi come all’inizio della sua rivelazione, scendere giù e tenderci una mano dopo aver sopportato i nostri lamenti e aver visto i nostri occhi pieni di paura.
Gesù è nella nostra barca, sempre, e ancora di più quando il mare si fa grosso, quando il vento urla minacciosamente, quando tutto ciò avviene nel buio della notte.
Egli dorme sereno, con noi senza paura. Dorme ma non è assente. Mai.

Giancarlo Pavan

LA MISERICORDIA nell’Antico e Nuovo Testamento

La Misericordia nell’Antico Testamento

Normalmente nell’Antico testamento troviamo il termine hesed per indicare l’agire di Dio in quanto espressione della sua fedeltà soccorritrice. Esso quindi rimanda al contesto dell’alleanza che, a sua volta, è espressa dai temi nuziali come in Os, 2,21: «Ti farò mia sposa per sempre nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza (hesed) e nell’amore (rahamim), ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore». Nella Dives in Misericordia Giovanni Poalo II considera centrale la rivelazione di Dio avvenuta nell’esperienza del vitello d’oro: «Su tale gesto di rottura dell’alleanza il Signore stesso trionfò, quando si dichiarò solennemente a Mosé come “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e benigno, lento all’ira e ricco di misericordia e di fedeltà” (Es 34,6). È in questa rivelazione centrale che il popolo eletto e ciascuno dei suoi componenti troveranno, dopo ogni colpa, la forza e la ragione per rivolgersi al Signore, per ricordargli ciò che egli aveva esattamente rivelato di se stesso e per implorarne il perdono (DM 4). Il peccato del popolo non sta nell’aver scelto un dio diverso ma nell’essersi fatta una sua immagine di lui. È un tradimento questo dell’identità dell’Altro che si sta rivelando all’uomo. Mosé può però intercedere per il popolo in nome della fedeltà che Dio deve a se stesso all’alleanza che ha offerto quando ha fatto uscire il popolo dall’Egitto. Mosé ricorda a Dio che Israele è il suo popolo: «Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutto questo paese, di cui ho parlato, lo darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno per sempre» (Es 32,14).

Quindi il primo significato del termine hesed sta proprio in questa fedeltà all’amicizia e a se stesso da parte di Dio. Mosé invocando l’alleanza, scommette sull’amicizia che lega Dio ad Abramo. Hesed quindi non indica un sentimento ma l’attaccamento tranquillo e profondo di un cuore leale. L’amicizia, però da parte del popolo è stata tradita. Dio non può più essere in mezzo al suo popolo come prima. È Mosé che, solidale al suo popolo, entra in un’intimità particolare con il Signore che scriverà una seconda volta le tavole della legge. Questo rinnovo dell’alleanza però non si basa solo sulla fedeltà di Dio ma sulla sua grazia. L’espressione “mostrami la tua gloria” sgorga dal cuore di Mosé che, alle prese con la contraddizione assoluta in cui si trova a causa del grande peccato del popolo si sente spinto a una richiesta estrema costringendo quasi Dio a prendere posizione di fronte a quel peccato. Mosé proclama, invocando il nome di Dio: “Signore”, e il Signore proclama il contenuto di questo nome. Per Giovanni Paolo II questa è una rivelazione centrale. All’amicizia e alla lealtà che Mosé già conosce di Dio si aggiungono due aggettivi: misericordioso (rahoum) e benigno (hannoun). Mosé scopre che c’è in Dio più della fedeltà e dell’amicizia e della stessa grazia: c’è la misericordia; scopre quindi che se egli – e attraverso lui il popolo – ha trovato grazia agli occhi di Dio, è perché è misericordioso. Da quel momento in poi la fedele amicizia divina esprime la sua misericordia e benignità.

Giovanni Paolo II sottolineava un fatto importantissimo: «Nel compimento escatologico la misericordia si rivelerà come amore, mentre nella temporaneità, nella storia umana, che è insieme storia di peccato e di morte, l’amore deve rivelarsi soprattutto come misericordia ed anche attuarsi come tale». Mosé continua la sua richiesta: «Il Signore cammini in mezzo a noi. Sì è un popolo dalla dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa di noi la tua eredità» (Es 34,9). Il perdono soltanto autorizza Dio a tornare a camminare in mezzo al suo popolo. Ora Mosé consoce il Signore come colui che perdona.. Il perdono permette di uscire dalla contraddizione! «Hesed cessando di essere obbligo giuridico, svelava il suo aspetto più profondo: si manifestava ciò che era al principio, cioè come amore che dona, amore più potente del tradimento, grazia più forte del peccato» (DM nota 52). Anche il profeta Isaia canta la misericordia di Dio che non dimentica il suo popolo: «Giubilate, o cieli, rallégrati, o terra, gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha misericordia dei suoi poveri. Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato». Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti a me» (Is 49,13-15). La donna non dimentica i momenti attraverso i quali dà progressivamente la vita al suo bambino. Essi iniziano nell’istante che fonda tutti gli altri: la gioia e l’emozione prodotte dal primo annuncio di un bambino vivente nel suo grembo. Ormai non può più vivere senza questa generazione permanente in qualche modo impressa dentro di lei. Il termine rahamin indica l’essere femminile nella sua relazione materna – spirituale e sensibile – con il suo bambino.

Questo termine può essere tradotto con “viscere femminili” perché esprime tutte le vibrazioni della madre per il suo bambino, chiamate nella Bibbia “misericordie”. Il legame con il bambino è la nuova identità di una dona divenuta madre. Ella non dimentica, nel senso che la procreazione continua a costituirla come madre e a trasmetterle una particolare pienezza che essa vede nascere in lei. Il mistero della procreazione e del legame che essa stabilisce fra la donna e il suo bambino esprime qualcosa del mistero di Dio e del suo legame con il suo popolo. Accanto ad hesed viene posto spesso il termine rahamim che indica le viscere materne e più precisamente l’utero (rehem) che si commuove sotto la spinta di un profonda emozione del cuore.

Anche nel Nuovo testamento vi sono echi di questa terminologia attraverso la parola eleos riferita a hesed e splagchna riferita a rehamim. Maria canta la misericordia di Dio perché ha sperimentato il suo agire di padre e di madre. Ella è la prima beneficiaria della misericordia divina offerta per noi dal cuore di Dio. Come una madre consola un figlio così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca (Is 66, 13-14)

Un’altra espressione della misericordia è la compassione. Il termine che la indica nell’AT è hus e ricorre soprattutto nel libro di Neemia, in Isaia ed Ezechiele. In quest’ultimo profeta appare che Dio non agisca tanto solo per fedeltà alla sua alleanza ma per fedeltà al suo stesso nome.

La sua compassione cioè dipende solo dal suo nome, cioè da lui stesso. (cf Ez 20,14.22.44). Isaia usa piuttosto il verbo hamal. Questo verbo indica che Dio “si lascia piegare”, “si ammorbidisce” dinanzi al suo popolo. Giovanni Paolo II spiega che il verbo hamal significa “risparmiare (il nemico sconfitto)”, ma anch manifestare pietà e compassione e, di conseguenza, perdono e remissione della colpa: «Voglio ricordare i benefici del Signore, le glorie del Signore, quanto egli ha fatto per noi.

Egli è grande in bontà per la casa d’Israele. Egli ci trattò secondo la sua misericordia, secondo la grandezza della sua grazia. Disse: «Certo, essi sono il mio popolo, figli che non deluderanno», e fu per loro un salvatore in tutte le loro tribolazioni. Non un inviato né un angelo, ma egli stesso li ha salvati; con amore e compassione li ha riscattati, li ha sollevati e portati su di sé, tutti i giorni del passato. Ma essi si ribellarono e contristarono il suo santo spirito.(…) … Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti…» (Is 63,7-9.19)

La Misericordia nel Nuovo Testamento
La misericordia, nel Nuovo Testamento, esprime il modo con cui Dio si rivolge all’uomo, lo ama e lo giustifica in Cristo Nell’Antico Testamento il termine hesed indica l’agire di Dio nella sua amicizia e fedeltà soccorritrice. Esso rimanda al contesto dell’alleanza e quindi ai temi nuziali come in Os, 2,21.

Accanto ad hesed viene posto spesso il termine rahamim che indica le viscere materne e più precisamente l’utero (rehem) che si commuove sotto la spinta di un profonda emozione del cuore. Anche nel N.T. vi sono echi di questa terminologia attraverso la parola eleos riferita a hesed e splagchna riferita a rehamim.. Essa, come ha affermato Giovanni Paolo II, possiede la forma interiore dell’Agápe Cf Giovanni Paolo II. Dives in Misericordia. , n. 6) che perdona, riconcilia, guarisce e rigenera l’uomo, attraverso il mistero pasquale, rendendolo “ciò che è chiamato ad essere”: figlio nel Figlio di Dio.

Essa è la rivelazione radicale del Padre, ricco di misericordia (Ef 2,4), il Suo essere reso presente nella vita terrena di Gesù Cristo e, in modo del tutto particolare, di sua madre Maria: nella pro-esistenza; nella compassione e nell’amore per l’uomo a partire dai piccoli e dai poveri, dai sofferenti e dagli esclusi ; nel perdono che salva tutto l’uomo; nell’offerta di sé e nel sacrificio di espiazione e di amore per l’uomo (Cf Bordoni M. Gesù di Nazareth, Signore e Cristo. Saggio di Cristologia sistematica, vol II: “Gesù al fondamento della Cristologia”. Perugia 1982, Herder-Università Lateranense, pp. 65-69; 85-95; 133-151; 206-224; 492-512).

La misericordia si è incarnata definitivamente nel Cristo pasquale per il quale l’amore promuove il bene da tutte le forme di male e restituisce l’uomo a se stesso nella sua dignità di persona umana Cf Giovani Paolo II. Dives in Misericordia, n. 6. Essa è quindi il ritorno, grazie anche al dono della Madre Immacolata, alle “viscere di carità”, al grembo umano-divino dal quale “rinascere dall’alto” (Gv 3,3) ed essere ri-generati in Cristo e vivere nell’Amore (cf 1 Pt 1,3) Cf Cambier J., Léon- DufourX. Misericordia. In Leon-Dufour X. dir. “Dizionario di Teologia Biblica”. Torino 1976, V ed. Marietti, p. 699).

Essa diviene quindi la missione della Chiesa, che ripropone all’uomo, per opera dello Spirito Santo, una “relazione di misericordia” in Cristo, di cui i sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia sono il momento centrale di un’azione di rigenerazione dell’umanità che trasfigura la giustizia. Guida, modello e costante riferimento alla Chiesa, nel suo accostarsi all’uomo e piegarsi sulle sue ferite, è, in modo sommo, la Madre di misericordia.

A Lei siamo stati affidati come figli dal Cristo Crocifisso. In questo modo, attraverso la compassione, l’immedesimazione, il perdono e l’amore operante, per dono dello Spirito Santo, ognuno può riscoprire il bene e la dignità di sé stessi e dell’altro, riconciliarsi essere perdonato e perdonare; essere così ricondotto a se stesso e al suo mistero in Cristo e ritrovare il senso della sua vita nell’amore e nel dono sincero di sé a Dio e al prossimo.

La misericordia costituisce infine il contenuto fondamentale del messaggio messianico del Salvatore espresso nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,18s) e sintetizzata nella frase: «Mi ha mandato ad evangelizzare i poveri» e nella risposta data ai portavoce del Battista: «I poveri sono evangelizzati» (Lc 7,22s) (Cf Giovani Paolo II. Dives in Misericordia, n.3).

Nel Vangelo di Luca la misericordia di Dio viene particolarmente espressa nella commozione profonda che prende il padre del figliol prodigo allorché lo vede ritornare. Il termine che viene utilizzato è splagchnizomai: essere commosso fino alle viscere. Luca lo usa per indicare la commozione del padre, quella di Gesù dinanzi alla vedova di Nain e quella del samaritano alla vista del suo prossimo in fin di vita.

Tutti contesti quindi in cui c’è uno sguardo sulla morte: “Questo tuo fratello era morto…”. Questo sguardo suscita pietà e questa pietà spinge a ridare vita: il padre lo vide… Nell’uomo più miserabile, Dio misericordioso vede la sua eminente dignità di figlio. Questo sguardo opera una commozione profonda che spinge Dio a restituire l’uomo, che si crede perduto, alla sua dignità di figlio prediletto. Giovanni Paolo II sottolinea, nella parabola del figliol prodigo, la potenza della misericordia: «Tale amore è capace di chinarsi su ogni figlio prodigo, su ogni miseria umana e, soprattutto, su ogni miseria morale, sul peccato.

Quando ciò avviene, colui che è oggetto della misericordia non si sente umiliato, ma come ritrovato e “rivalutato”. Il padre gli manifesta innanzitutto la gioia che sia stato «ritrovato» e che sia «tornato in vita». Tale gioia indica un bene inviolato: un figlio, anche se prodigo, non cessa di esser figlio reale di suo padre; essa indica inoltre un bene ritrovato, che nel caso del figliol prodigo fu il ritorno alla verità su se stesso» (DM 4). In questo modo il figlio minore non è più invitato a far valere le sue azioni, che sono ingiuste, ma a vedere se stesso come lo vede il Padre. Solo in seguito può guardare alle sue azioni non conformi al suo essere filiale «Alle volte, seguendo un tale modo di valutare, accade che avvertiamo nella misericordia soprattutto un rapporto di diseguaglianza tra colui che la offre e colui che la riceve. E, di conseguenza, siamo pronti a dedurre che la misericordia diffama colui che la riceve, che offende la dignità dell’uomo.

La parabola del figliol prodigo dimostra che la realtà è diversa: la relazione di misericordia si fonda sulla comune esperienza di quel bene che è l’uomo, sulla comune esperienza della dignità che gli è propria. Questa comune esperienza fa sì che il figliol prodigo cominci a vedere se stesso e le sue azioni in tutta verità (tale visione nella verità è un’autentica umiltà); e per il padre, proprio per questo motivo, egli diviene un bene particolare: il padre vede con così limpida chiarezza il bene che si è compiuto, grazie ad una misteriosa irradiazione della verità e dell’amore, che sembra dimenticare tutto il male che il figlio aveva commesso» (DM 4)

MUSICA TRA CULTURA E LITURGIA

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Articolo pubblicato da Marco Frisina

La cultura contemporanea sembra spesso distogliere la nostra attenzione dal sacro, sembra sempre tesa a profanizzare, banalizzare, squalificare le espressioni sacre per renderle troppo quotidiane.

Certo questo spesso accade perché il cambiamento repentino delle categorie culturali ci ha spiazzato e ciò che profeticamente il Concilio Vaticano II aveva preveduto riguardo alla necessità di un dialogo culturale vivo con il mondo contemporaneo non lo abbiamo preso molto sul serio, facendoci trovare un po’ impreparati a traghettare le forme artistiche del sacro nella nuova situazione. Ma la storia non torna indietro, la comunicazione di Dio è ancora oggi prioritaria e le esigenze della evangelizzazione non ci permettono di rifugiarci in torri d’avorio più o meno distaccate dalla realtà che ci circonda. Dobbiamo proporre, dobbiamo esprimere, dobbiamo cantare Dio con questi nostri fratelli, con questo mondo, con questi mezzi.
Perdonatemi se insieme a voi percorrerò un piccolo itinerario per riflettere insieme su alcuni elementi fondamentali della musica e di quella sacra in particolare, per trovare una via nuova e nello stesso tempo antica per esprimere Dio attraverso la musica.

IL POTERE DI COMUNICARE

La musica ha un significato fondamentale nella storia della civiltà e nella cultura religiosa di ogni popolo. L’arte è capace di riassumere messaggi e significati importantissimi di una civiltà dando voce all’umanità che la produce in modo talmente profondo e alto da far sì che a volte le opere artistiche prodotte in un tempo e in un luogo preciso divengano patrimonio universale dell’umanità di ogni luogo e tempo. L’arte è capace di conoscere e far conoscere le profondità del cuore dell’uomo a ogni uomo e in ogni tempo: è grande il potere dell’arte e in modo speciale della musica che, a differenza delle altre arti, è la più effimera eppure la più profondamente radicata nella vita degli uomini, la più “eterea” eppure la più fisica delle arti.
La musica è fatta di vibrazioni fisiche a cui l’uomo accoppia misteriosamente sensazioni, ricordi, messaggi che derivano spesso dal suo inconscio più profondo o dalle sue esperienze dimenticate. Il “mistero” della musica sta nel fatto che di tutte le arti essa è la meno controllabile, la più istintiva pur avendo una struttura matematica e fisica fortissima. Si direbbe che il mondo delle sensazioni, dei sentimenti, dei ricordi, si unisce al mondo delle armonie, delle strutture, delle simmetrie, delle forme. Il piacere estetico della musica risulta infatti dall’incontro perfetto e armonico di queste due realtà, quella sensibile e quella intelligibile, quella fatta di timbri e sonorità e quella fatta di ritmo, struttura, forma.
La musica entra così a far parte di quell’insieme di realtà simboliche a allusive che, articolate tra loro, portano ad un linguaggio capace di comunicare e far comunicare. Come ogni linguaggio viene espresso attraverso una lingua che, per essere comunicativa, deve essere compresa dall’ascoltatore e può venire apprezzata più o meno a secondo della capacità e dall’educazione al linguaggio dell’ascoltatore. Se il linguaggio, ovvero sia la struttura e la coerenza interna della musica, e la lingua, ovvero tutto l’insieme di simbologie e allusioni comprensibili, sono armonicamente congiunti abbiamo la comunicazione musicale e di conseguenza la possibilità che la musica divenga tramite di valori e di pensiero, di poesia e di filosofia, a volte addirittura di politica o di informazione.
Il potere della musica non è mai stato ignorato nelle diverse civiltà e il suo uso è stato sempre tenuto in massima considerazione per la capacità che possiede di penetrare nell’intimità umana senza problemi di troppe mediazioni culturali o linguistiche. La musica riassume in sé moltissime cose e le porta con sé esprimendole in modo convincente al cuore di altri uomini, in modo diretto, senza bisogno di traduzioni e commenti.
La musica si è così espressa attraverso la vocalità e gli strumenti musicali. La voce umana è il mezzo principale e immediato della musica, è lo strumento per eccellenza in quanto è simbolo della comunicazione stessa in cui un uomo canta di sé a un altro uomo. E’ la prima musica che appare in tutte le culture fin dal loro sorgere. Attraverso il canto l’uomo parla in modo speciale, distingue, attraverso questo mezzo espressivo la comunicazione banale dalla poesia. Il canto è spesso riservato alle cose alte, alla preghiera e al rito, alla festa e alla gioia, all’amore che ha nel canto e nel lirismo la sua più normale espressione. Non bisogna però dimenticare tutto l’uso sociale del canto, dalle acclamazioni dello stadio ai cori politici fino ai canti di guerra e agli inni nazionali.
Ma nell’ambito rituale certamente il canto corale occupa un posto particolare, l’unione delle voci diverse ma fuse in un unico evento musicale sono un simbolo chiaro dell’unione del gruppo e del popolo davanti all’evento celebrato. Mentre il canto solistico, individuale, suppone un’autorevolezza, un ruolo specifico, diremmo noi oggi un “ministero” che la comunità accetta e a cui attribuisce un compito specifico.

SALMI E CANTICI NELLA BIBBIA

Nella Sacra Scrittura l’uso della musica riflette l’uso del mondo antico ma con un’interpretazione nuova e fondamentale per il suo significato all’interno della liturgia cristiana.
E’ Dio stesso a suscitare il canto nel cuore dell’uomo e a innalzarlo con la lode fino a lui, è sempre lui a suggerire le parole e a sostenerne il canto fino a unirsi lui stesso, in Cristo, al grande canto della creazione rinnovata. I cantici dell’Antico Testamento sono sempre inseriti in modo molto preciso all’interno dell’evento narrato.
Se prendiamo ad esempio l’episodio del Miracolo del Mare in Es 14-15 notiamo che il racconto “in prosa” ci descrive il prodigio e le azioni dei protagonisti per poi fermarsi in una sorta di stasi contemplativa affidando al canto il commento dell’evento. Il canto del Mare di Es 15 diviene così un commento e un canto, una contemplazione e un inno di ringraziamento a Dio: in una parola è il “salmo responsoriale” che segue la proclamazione della lettura sacra precedente, che l’attualizza e la universalizza mettendo in bocca ad ogni uomo, che viene salvato dalle acque del peccato come Israele, “ Voglio cantare in onore del Signore perché ha mirabilmente trionfato…” L’evento salvifico si trasforma in canto, la lode nasce dal profondo della storia di salvezza per allargarsi al mondo.
Così per altri cantici come quello di Debora di Gdc 5, canto di guerra ed epopea di Israele; quello di Anna di 1Sam 2, canto di ringraziamento e di gioioso stupore della potenza salvifica del Signore che “fa partorire la sterile”; i salmi di Davide, sia quelli contenuti nei libri di Samuele che quelli estrapolati e confluiti nel Salterio, tutti con la loro ambientazione storica e l’evento a cui si riferiscono come il Miserere (Sal 51).
Il Salterio è infatti la raccolta di tutti quei canti che possono riassumere i diversi sentimenti, le diverse reazioni, le gioie e le sofferenze, la vita e la morte che si alternano nella vita dell’uomo. Tutto questo è posto dinanzi a Dio, in dialogo con Lui, in preghiera. Il Salmo 150, che chiude il Salterio, enumera tutti gli strumenti musicali che si uniscono alla lode del credente. I diversi strumenti sono simboli della creazione stessa, le pelli dei tamburi, le corde dei salterii e delle cetre, i legni e i metalli dei flauti e dei sistri, il corno d’ariete dello shophar, tutte le creature debbono simbolicamente esesre presenti nella lode a Dio insieme all’uomo e al suo canto.
Negli scritti profetici gli oracoli sono composti in poesia ritmica e probabilmente in canto. Così i libri come il Cantico dei cantici sono impensabili senza far riferimento alle strutture musicali interne ed esterne fondamentali alla sua stessa comprensione.
Il Nuovo Testamento si inserisce pienamente in questa tradizione soprattutto con Luca che, imitando lo stile greco dei LXX, ci mostra Maria cantare il suo Magnificat, come avevano fatto Anna, Debora e Giuditta, a commento gioioso delle parole profetiche di Elisabetta. Così fa anche Zaccaria con tono profetico nel suo Benedictus e il vecchio Simeone con il suo Nunc dimittis.
Gli angeli cantano il loro inno di lode in Betlem con il loro Gloria. Mentre Paolo di Tarso inserisce inn9i e cantici nelle sue lettere, canti sicuramente usati nelle liturgie delle primitive comunità cristiane.
La Scrittura quindi ci insegna a non staccare mai il canto dall’evento salvifico e a non dimenticare l’importanza di esprimere con la partecipazione totale dell’uomo al canto di Dio e della creazione redenta.

SACRO E LITURGICO

La Liturgia è il rinnovarsi dell’evento salvifico nella storia degli uomini, la porta aperta che ci mette in comunicazione diretta con la Redenzione di Cristo. Cantare questa redenzione è compito della musica liturgica che non solo è sempre sacra ma deve rispondere anche a canoni precisi dettati dalla Chiesa stessa che disciplina e sceglie l’uso della musica nella celebrazione dei misteri. La musica, come prima si diceva riguardo ai cantici biblici, è il linguaggio che sottolinea, interpreta e traduce in modo artistico e nello stesso tempo rituale l’evento teologico vissuto.
A questo punto occorre soffermarsi sulla distinzione tra musica sacra e musica per la liturgia, poiché negli ultimi secoli le due cose non sono andate sempre insieme in modo pacifico e chiaro. Se noi vorremmo eseguire tutto il repertorio sacro del 700-800 durante la liturgia ci troveremmo in difficoltà e a volte addirittura in imbarazzo, perché le strutture musicali non sono sempre compatibili con i ritmi e le caratteristiche della Liturgia. La stessa libertà di espressione di alcune partiture mal s’addice al senso stesso della Liturgia.
Il problema sta nel focalizzare bene il fatto dell’uso liturgico della musica e in questo ci viene in aiuto il canto gregoriano, che rimane in un certo senso normativo. Non che il canto gregoriano sia l’unica musica oppure che solo copiando quello stile e quel linguaggio si fa musica autenticamente liturgica, ma in senso più profondo e direi autenticamente strutturale il gregoriano è la testimonianza viva di secoli di canto liturgico in cui le esigenze della preghiera e della musica si sono incontrate e si sono evidenziate in diversi modi, ad es.:

il testo, deriva sempre dalla Scrittura e dalla teologia filtrata attraverso l’uso liturgico della Chiesa;
le forme: come l’antifona, l’inno, il salmo, il responsorio, la litania etc, tutte inserite nella viva prassi liturgica;
la distinzione dei ruoli: l’assemblea, il coro, i solisti, il salmista, il presidente;
l’andamento e la struttura musicale: la musica che segue il testo, gli archi melodici, le espressività diversificati a seconda del testo e del tempo liturgico. Queste ed altre caratteristiche fanno del gregoriano una norma per la musica nella liturgia. Non si tratta quindi di usare semplicemente forme melodiche da cui trarre armonie di mille anni fa o, per quanto riguarda la polifonia, fermarsi a considerare il linguaggio musicale solo fino al ‘600 per poi consacrarlo come l’unico possibile ma scoprire il senso che unisce e accomuna l’autentica musica liturgica del passato per poter comporre la nuova.
Oggi ci troviamo davanti a un nuovo inizio, occorre creare una nuova musica in linea con gli insegnamenti del Vaticano II, siamo in una situazione molto simile a quella in cui vennero a trovarsi i compositori subito dopo il Concilio di Trento, purtroppo forse siamo in forte ritardo.

ALCUNI CRITERI

Ma prima di porsi all’opera occorre riscoprire il senso “forte” della musica e, di conseguenza, il senso forte della musica sacra, solo a questo punto potremo realizzare una musica autenticamente liturgica.
Non tutto ciò che è sacro è adatto per la liturgia, mentre tutta la musica scritta per la liturgia deve essere sacra. Ovvero nelle forme e nell’ispirazione, come nel testo e nelle emozioni interiori che suscita, la musica per la liturgia deve essere sempre sacra. I criteri fondamentali per questa distinzione sono a mio avviso abbastanza semplici in quanto il fine della musica sacra resta sempre il raggiungimento di una elevazione spirituale e di un rapporto interiore con Dio che la musica può indirizzare e sostenere; ma nella musica liturgica tutto questo diviene più oggettivo, universale, semplice, puro, non legato a gusti del momento, capace di far sentire dentro di essa tutti i duemila anni di arte cristiana e nello stesso tempo capace di essere musica di oggi.
La musica sacra scritta per la liturgia o quella libera frutto di una meditazione poetica del compositore deve sempre rispondere ad alcuni criteri:

il testo: deve essere sempre sacro e comunque teologico;
le forme: una musica non scritta espressamente per la liturgia può avere libertà di forme anche se queste non devono esulare dal loro fine: aiutare l’anima a raggiungere Dio, a conoscerlo, ad amarlo.
può riflettere in modo anche drammatico le difficoltà del credere con una espressività più libera. In questo caso però si tratta di composizioni da non considerarsi liturgiche anche se a volte possono benissimo essere annoverate tra i capolavori ma esprimono semplicemente una fortissima carica religiosa.
Quello che è stato detto non esime però il compositore di musica per la liturgia dal rispettare alcune esigenze strettamente musicali:

la qualità: la musica per la liturgia non può separarsi dal contesto più ampio della musica pura, deve essere sempre di qualità alta proprio per il suo uso: nella lode a Dio si dà il meglio;
semplicità: non è nella complessità e nella difficoltà la qualità di una musica, ciò vale soprattutto per la liturgia che deve poter essere sempre comprensibile ed eseguibile sia dal coro che, nei casi in cui viene coinvolta, anche dall’assemblea. (Su questo occorrerebbe soffermarsi in un convegno a parte…)
efficacia: un canto liturgico che non muove il cuore verso Dio non coglie la sua finalità. Se addirittura disturba o per la sua astrusità o per la sua complessità o per il suo stile troppo fuorviante è da evitare;
rispetto della struttura delle celebrazioni: la musica è per la liturgia e non viceversa. Le composizioni che non trovano spazio nella liturgia devono prepararla o seguirla.
TRA CULTURA E LITURGIA

La musica sacra si trova quindi a respirare con due polmoni: da una parte, come musica che parla di Dio e con Dio è musica, poesia, canto dell’uomo che vive il suo tempo, che come arte non può non volare al di là degli orizzonti consueti per scoprire ed esplorare nuove frontiere e nuovi linguaggi; d’altra parte se è usata nella liturgia deve rispondere alle esigenze della celebrazione liturgica, ai suoi tempi, alle sue strutture, ai suoi limiti, perché è la Chiesa che prega con la musica. Il compositore non può piegare la preghiera della Chiesa alla sua espressione musicale ma deve piegare la sua arte musicale all’uso liturgico che la Chiesa ne fa.
Tutto ciò non significa che non c’è più spazio per la musica sacra di qualità o addirittura, come a volte si sente dire, non c’è più la musica in Chiesa. Tutti gli abusi che in questi decenni si sono perpetrati nei confronti della musica liturgica nascono da alcuni equivoci che hanno visto allontanare i musicisti dalla composizione liturgica semplicemente perché non vi trovavano le strutture solite del “genere sacro”. La Chiesa di oggi, proiettata come è nel mondo e non semplicemente, come un tempo incentrata sulla cultura europea, respira le culture dei popoli e vive, come tutti noi, in un mondo totalmente nuovo, in cui non abbiamo più gli stessi riferimenti di un tempo. La comunicazione dei riferimenti simbolici del linguaggio musicale, il senso del passato e della storia, la tecnologia e l’economia, la comunicazione mediatica invadente, fanno del discorso musicale non più un fatto elitario ma di massa con tutti i vantaggi e gli svantaggi della cosa.
In casi come questi non possiamo fare i “laudatores temporis acti”, non possiamo rifugiarci nello sterile rimpianto del passato, occorre lavorare oggi, con i mezzi, i linguaggi, le forme di oggi per comunicare la nostra fede e per celebrarla rimanendo in equilibrio tra la cultura che viviamo e il contenuto di fede che dobbiamo comunicare, fermo restando che nella liturgia noi viviamo una situazione molto diversa da quella della composizione libera. Nella musica liturgica la celebrazione ha caratteristiche di universalità e non semplicemente soggettive, la liturgia respira il tempo della Chiesa che non è semplicemente la contemporaneità ma è l’”oggi” di Cristo risorto, è l’”oggi” di una tradizione sempre viva come testimonianza della fede dei nostri padri.
Secondo me il problema più grave è soprattutto l’assenza di autentica musica sacra fuori della liturgia. Non di musica che vuole cimentarsi sul “genere sacro” ma di musica che esprime autenticamente la fede di chi la scrive. La sincerità del compositore qui è d’obbligo e, nonostante le dichiarazioni di intenti, non sempre queste composizioni riflettono una fede o un tormento autentico, una ricerca appassionata e sincera, una lode o una meditazione profonde. Questo accade non per colpa dell’artista ma per quell’equivoco che pone il sacro sempre in “sacrestia” più che nel cuore degli uomini, che relega la musica sacra tra i generi formali e non tra le ispirazioni poetiche vive anche nel mondo contemporaneo.
Questo tempo che noi viviamo, nonostante le sue contraddizioni è a mio avviso il tempo propizio per riproporre un arte musicale forte in cui Dio sia nuovamente al centro della comunicazione artistica, dove si può sentire l’uomo di oggi e di sempre cantare il suo essere creatura con tutta la sua forza e tutto il suo tormento. La musica liturgica ne avrebbe sicuramente un grandissimo giovamento perché potrebbe interpretare tutto questo purificandolo e semplificandolo divenendo autentica sintesi della fede del mondo dinanzi a Dio.

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DELLA VITA E DELLA MORTE

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Di Giancarlo Pavan

Per la festività di Ognissanti e memoria dei risorti in Dio.
(29.10.2015)

Dove terrà Dio i suoi santi?
Dove conserva il Signore le anime di tutti coloro che sono passati all’altra sponda?
Ci chiediamo cose simili ogni qualvolta ci troviamo di fronte al mistero della morte.
È un baratro che si apre, è una paura antica, è un terribile incubo per l’uomo da sempre. Nella cultura cristiana e cattolica ma non solo, troviamo le tracce di una religiosità e di una fede che fa i conti continuamente con la morte, basti guardare le numerose tombe e soprattutto le reliquie e ancor più i corpi imbalsamati di vescovi, santi e beati presenti in molte chiese da noi.
E pur leggendo il Vangelo, ascoltando la parola di Gesù Cristo, possiamo comprendere una parola che in in tutti modi la demolisce e la ridimensiona.
Gesù ha diffusamente parlato ai suoi discepoli e a tutti i popoli che ha incontrato, di una vita eterna che ci attende oltre la soglia della vita terrena. Ha indicato chiaramente le direttrici per per uscire dalla dimensione materiale e traghettare a quella spirituale. Abbiamo un insegnamento perfetto che ci indica un’armonia durante l’esperienza terrena tra il corpo la mente e lo spirito. Queste tre realtà della nostra esistenza non possono essere separate tra loro non possono cioè vivere di vita propria senza far conto delle altre. Quando Gesù parla della vita eterna parla anche di uno spazio che non è solo spirituale. Nel Vangelo egli dice testualmente: “vado a prepararvi un posto, nella casa del padre mio ci sono molti posti ”. Noi non sappiamo nulla di quello che ci attende ed erroneamente spesso pensiamo al paradiso, alla vita eterna, come a una realtà unicamente eterea e spirituale dove il corpo e le sembianze fisiche di ciò che siamo stati nella nostra vita non esistono più. Così come abbiamo un’immagine sfocata di quello che potrebbe essere Dio di fronte ai nostri occhi.
Abbiamo sempre detto che Dio è lassù e noi quaggiù, ma Gesù ha invertito anche questa direzione del nostro pensiero umano. Sarà per questo che ha parlato di un Padre buono e misericordioso che ama i suoi figli e che non permette la morte dei suoi.
Quando Gesù parlava del suo tempio che sarebbe stato distrutto e poi risuscitato in tre giorn, parlava proprio di una resurrezione totale, in antitesi con tante altre teorie e filosofie religiose che si muovono nel campo assoluto della pura e ascetica spiritualità.
Gesù è risorto dal suo sepolcro con il suo corpo intero, purificato e glorificato nella luce, ha dato segno della compostezza della sua resurrezione, quasi della sua gentilezza, come se non fosse stato un evento tra i più potenti o forse il più sconvolgente di tutta la storia del mondo. Ha ripiegato il sudario ordinatamente e lo ha lasciato sul tavololaccio del sepolcro. I discepoli accorsi dentro hanno trovato tutto perfettamente in ordine.
A volte di fronte alla tomba muta di una persona cara, o ad una foto  ormai sbiadita, ci chiediamo dove sarà, come sarà. E se siamo ben centrati spiritualmente possiamo quasi sentirne la voce, possiamo quasi percepire che nessuno di quelli che ha attraversato la soglia della vita del mondo è veramente morto.
Tant’è che sono numerosissime le testimonianze di coloro che hanno vissuto per alcuni momenti più ho meno lunghi situazioni di sospensione tra la vita e la morte fisica.
Essi hanno sperimentato parte della avventura del passaggio da una realtà all’altra.
Tutti hanno raccontato immagini e situazioni molto simili tra loro.
Si parla di un tunnel da traversare dove alla fine, prima dell’uscita, in una luce straordinariamente bella e attraente, di solito si incontra una persona cara, già passata prima di noi che ci introduce e ci accompagna nel regno della luce.
Ma non sono le testimonianze di queste immagini la cosa più importante.
Di fatto è l’insistenza di Gesù nel parlare di una fede nella vita eterna, della sua realtà e della via felice per giungere ad essa.
Il Vangelo e la parola di Gesù sono il viatico per giungere al regno della luce iniziando a pregustarlo totalmente e pienamente già in questa vita.
Il regno di Dio è già qui tra noi e non è qualcosa che avverrà ma una realtà che esiste già: ecco perché nella corretta traduzione del Padre Nostro noi abbiamo le affermazioni della preghiera tutte volte al presente. Si dice anche: “il tuo regno viene e la  tua volontà si compie”. Ora, adesso.
Noi celebriamo la festa dei cosiddetti defunti, parola abbastanza truce in confronto a quello che dovrebbe essere l’idea del passaggio per un cristiano. Quel passaggio non è altro che la Pasqua. Traduzione di Pasqua è proprio infatti “passaggio”.
Il giorno della nostra morte, pensiero presente anche nella traduzione latina dell’Ave Maria, è la nostra Pasqua, è il giorno luminoso del nostro passaggio. E’ certo che non si debba assolutizzare l’idea del momento meraviglioso del passaggio nel confronto con la sofferenza che porta lo strappo da chi è vivo e presente quaggiù in quel momento.
Anche qui il Vangelo ci racconta, attraverso l’episodio della morte di Lazzaro, una situazione ben precisa e che noi conosciamo bene: l’atmosfera che si vive in una casa, in una famiglia, quando qualcuno muore improvvisamente, se ne va.
Vediamo scene di pianto e disperazione, anche di impotenza di fronte alla morte e dunque persino un rimprovero diretto a Gesù: “Signore se tu fossi stato qui!”
Ecco, siamo proprio noi, così come le sorelle di Lazzaro e i suoi familiari che nel momento della prova, della sofferenza per lo strappo di una persona cara che muore, proviamo tutti questi sentimenti insieme.
Gesù conosce benissimo il cuore umano e  sa che il dolore non può essere evitato dagli uomini, conosce le relazioni e quanto nelle relazioni noi possiamo essere uniti gli uni agli altri. Conosce gli attaccamenti, anche quelli più morbosi e sbagliati, ma li sa inquadrare nel suo cuore universale in un disegno unico che compone l’essere umano.
Perciò non si può nemmeno dire, a chi sta soffrendo per la morte di una persona cara, che deve essere felice o che non deve soffrire. È impossibile. La sofferenza è parte anche della nostra gioia e ci dobbiamo passare attraverso. Fa parte della resurrezione anche il calvario e la croce. Non c’è Pasqua senza venerdì Santo, non c’è gioia senza dolore e non c’è resurrezione senza passione.
Gesù non ha indicato una via di sofferenza ma una via di gioia. Questo è certo. Ma ha anche mostrato come a volte la sofferenza possa essere comunque un mezzo per giungere alla pienezza della felicità quando è orientata all’amore più totale che arriva anche a negare sè stessi per qualcosa di più grande.
Dove tiene Dio i suoi Santi? Dove custodisce le anime di coloro che sono passati?

Ecco abbiamo un’immagine finale che ci può dare una gioia immensa se la facciamo calare nel nostro cuore, e può illuminare la nostra mente.
Dio custodisce tutti i nostri cari e tutti coloro che sono passati nella infinita gioia del banchetto: egli è stato abbastanza chiaro in questo ed esauriente nel fornirci quasi una fotografia di quello che potrebbe essere il nostro vivere in armonia per sempre con lui nella luce, ha parlato appunto di una festa, di un banchetto, dove addirittura passerà lui a servirci. E’ l’idea meravigliosa del servizio che non è per compensare qualcosa, stare al banchetto con Lui non sarà la ricompensa perché siamo stati bravi o capaci di fare qualcosa nella vita. Sarà invece il dono ultimo del suo amore infinito, sarà la conclusione di ogni tensione umana a un qualcosa che avevamo soltanto noi nella nostra comprensione.
Quel banchetto sarà la risposta a ogni sofferenza e come dice la Bibbia “ogni lacrima sarà tersa, ogni sofferenza sarà lavata con il sangue dell’Agnello”. Gesù il figlio Benedetto di Dio venuto sulla terra per salvare tutti indistintamente, buoni e cattivi.
La fede nella resurrezione allora non è un atto di magia, non è una fede in qualcosa che può succedere per effetto di situazioni paranormali, ma è la consapevolezza di essere figli di un Dio che ha voluto questo per noi fin dall’inizio, per riportarci dopo la nostra esperienza terrena all’armonia del tutto come lui l’ha pensata all’inizio della creazione.

AVVENTO, IL SILENZIO E LA FESTA

RAI Radio 3
Uomini e profeti, 1 dicembre 2013

GABRIELLA CARAMORE
intervista ENZO BIANCHI

Inizia, per i cristiani, l’anno liturgico. E se è vero che le feste, in genere, sono esplosioni gioiose, che implicano rumori, colori, piaceri, gioia, tuttavia in ogni festività vi è anche, nascosto, uno spazio di silenzio. In particolare nella festa di Avvento, che non solo prelude alla memoria di una nascita, ma interroga il credente sulla profondità della sua fede. Di qui, con Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose, ci addentreremo nei territori del silenzio: quello che accompagna l’Avvento e quello che dimora in altre festività, quello che conduce la vita degli esseri umani e quello ospitato nella vita monastica. Fino a quello che, secondo André Neher, costituisce il “paesaggio” della Bibbia. Ma di quale silenzio ha bisogno ciascuno di noi? Non del silenzio muto della malattia, e neppure del silenzio dettato dall’ostilità. Ma di un silenzio che sia quiete, profondità, ascolto e relazione.

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Musica per la Liturgia e Concilio Vaticano II: 8 Semplici Regole… Sbagliate

Alcuni equivoci sulla musica per la liturgiadi Aurelio Porfiri
ROMA, martedì, 28 giugno 2011 (fonte: ZENIT.org)

Quando si parla di alcuni argomenti, non sempre ci si ferma ad esaminare se le parole e i concetti dalle parole espressi rappresentano veramente ciò che si pensa a priori di condividere. Talvolta usiamo concetti di cui pensiamo avere una idea comune, ma poi ci accorgiamo che in effetti diverse persone intendono diversi significati. Talvolta, come nel nostro caso, il concetto viene piegato volontariamente o involontariamente a diversi significati per servire diverse esigenze, lecite o no. Anche, come vedremo, forzando la stessa logica per arrivare laddove si vuole arrivare.

Negli ultimi decenni, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, la musica liturgica ha conosciuto una vita tormentata. Alcuni danno la colpa di questo allo stesso Concilio, altri ritengono che lo stesso sia stato male interpretato. In effetti alcune delle parole che circondano la musica liturgica oggi, se venissero attentamente ponderate, darebbero adito a più di una obiezione. Esse sono usate in modo equivoco. Il termine “equivoco” viene dal latino aequus e vox e significa qualcosa che può essere inteso in modo simile e quindi dare luogo ad errore. In effetti, proprio su una certa ambiguità semantica e concettuale si sono giocati e si giocano tante battaglie sulla musica liturgica. Quindi vorrei cercare di fare un po’ di chiarezza su questi concetti in modo che l’argomento possa essere affrontato più serenamente e senza eccessivi patemi d’animo. I concetti che si prestano ad equivoci, a mio avviso, sono i seguenti:

La musica liturgica deve essere semplice;
Il Concilio Vaticano secondo ha introdotto le lingue volgari e quindi abolito il latino;
Il popolo deve cantare e quindi il coro è di intralcio;
Bisogna valorizzare la musica e la cultura dei giovani;
Rappresentazione della vita come gioia;
In Chiesa si suona musica che la gente riconosce come propria;
Chi presta un servizio musicale-liturgico lo fa con il cuore e buona volontà, non si deve chiedere più di questo;
I professionisti non sono più ben accetti perché vogliono addirittura essere pagati mentre queste cose vanno fatte con spirito di gratuità.

Come si vede e come ciascuno può riconoscere, ci sono molti concetti che hanno fornito base per battaglie di vario genere, ancora in fase di evoluzione. E certamente i problemi non sono limitati all’elenco di cui sopra. A mio avviso, tuttavia, questo elenco rappresenta un campione molto rappresentativo. Vediamoli uno per uno.

La musica liturgica deve essere semplice

Questo è uno dei temi piu’ dibattuti. Molti dicono che la musica del passato, quella della grande tradizione musicale della Chiesa Cattolica non sarebbe più fruibile perché, per permettere al popolo di partecipare, si deve far posto ad una musica liturgica più semplice. Ma qui anche ci si scontra con una accezione fuorviante del termine “semplice”. Ora, prima di tutto bisognerebbe capire da dove deriva il termine “semplice” per evitare di usarlo impropriamente e quindi cadere negli equivoci di cui sopra. “Semplice” viene dal latino sine e plica, con il significato di “senza piega”. Quindi non ha il senso di disadorno, elementare, accessibile, ma quello di qualcosa che ha un’apparenza di perfetta unità. In effetti, la semplicità è la cosa più difficile da raggiungere, la cosa che richiede più sforzo. La musica dei grandissimi compositori sembra semplice non perchè è facile, ma perchè è così vicina ad una certa perfezione che sembra nulla si possa cambiare nel suo svolgimento, è “senza piega”. Purtroppo si equivoca il termine “semplice” con “banale”, si pensa che semplice voglia dire fare le cose con faciloneria. Ma in effetti per ottenere la semplicità è necessaria un’applicazione ancora più ferrea. Quindi, quando si intende che la musica liturgica in alcune sue espressioni deve essere semplice per essere accessibile al canto di tutti, non si dovrebbe mai implicare un abbassamento qualitativo ma semplicemente adombrare una modalità diversa di composizione. In effetti la parola semplicità venne anche associata ai riti stessi nello stesso Concilio:
“I riti splendano per nobile semplicità; siano trasparenti per il fatto della loro brevità e senza inutili ripetizioni; siano adattati alla capacità di comprensione dei fedeli ne abbiano bisogno, generalmente, di molte spiegazioni” (SC 34).

Ora, si fa riferimento alla semplicità ma si rinforza il termine con la parola “nobile”, proprio per far intendere che non si intende abbassare il livello qualitativo ma solo cercare di ripulire la liturgia da alcune sovrastrutture accumulatisi nel tempo. Non si può negare che talvolta, nei testi conciliari, frutto talvolta di compromessi tra fazioni di pensiero opposto, si presenta un carattere che Romano Amerio nell’ormai classico “Iota Unum” (1989) definiva “anfibologico”. Questo termine sta a significare che certe affermazioni possono essere lette in due modi opposti. Quella sopra per esempio, la citazione da SC 34 può fuorviare, specialmente quando si legge che i riti “siano adattati alla capacità di comprensione dei fedeli”. Ma se si legge il documento nella sua totalità si può vedere che non c’è in questa affermazione nessuna volontà diminutiva ma solo il desiderio di eliminare alcune sovrastrutture che nel tempo si erano introdotte nella liturgia. Alcuni hanno interpretato questo passaggio come la riduzione della Messa ad uso di una idea di popolo che non può che essere vaga, essendo quello di “popolo” un concetto indefinito e che non può essere quantificato o qualificato facilmente.

Il Concilio Vaticano secondo ha introdotto le lingue volgari e quindi abolito il latino

Questo è un tipico errore di logica che viene chiamato “ricorso all’autorità”. Praticamente si cita una fonte autorevole per avallare una tesi che in effetti la fonte autorevole non ha mai affermato. Ricordo sempre una situazione in cui mi sono trovato parecchi anni fa. C’era un persona che discuteva con un Diacono sulla opportunità di usare un canto in latino durante la celebrazione. Ad un certo punto il Diacono gli rinfacciava che non si poteva usare il latino perchè il Concilio lo aveva abolito. Io fui sorpreso nel sapere che a mia insaputa era stato convocato un altro Concilio dopo il Concilio Vaticano secondo, perchè per quello che ricordavo di quest’ultimo si affermava:

“L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini” (Sacrosanctum Concilium 36, 1).
Nei successivi punti dell’articolo 36 si concedevano maggiori possibilità alle lingue nazionali ma i punti seguenti erano appunto preceduti dal primo articolo che recitava come sopra e che mi sembrava ben lungi dall’abolire la lingua latina. Insomma, non dobbiamo fare i fanatici del latino ma neanche dobbiamo far affermare al Concilio quello che lo stesso non ha mai detto. Quindi la furia contro la musica liturgica in latino non ha veramente ragione di essere e si basa sul fondamentale equivoco sulla concessione di uno spazio più ampio alle lingue nazionali che non voleva dire necessariamente che le stesse avrebbero dovuto de jure sostituire il latino, anche se poi questo è successo de facto. Ma le recenti esortazioni di Papa Benedetto XVI dimostrano come non c’è nessun divieto dell’uso della lingua latina nella liturgia e quindi anche nella musica. Nella esortazione post-sinodale Sacramenctum Caritatis, Papa Benedetto XVI afferma a proposito di grandi celebrazioni:

“Per meglio esprimere l’unità e l’universalità della Chiesa, vorrei raccomandare quanto suggerito dal Sinodo dei Vescovi, in sintonia con le direttive del Concilio Vaticano Secondo: (182) eccettuate le letture, l’omelia e la preghiera dei fedeli, è bene che tali celebrazioni siano in lingua latina; così pure siano recitate in latino le preghiere più note (183) della tradizione della Chiesa ed eventualmente eseguiti brani in canto gregoriano. Più in generale, chiedo che i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminario, siano preparati a comprendere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché a utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano; non si trascuri la possibilità che gli stessi fedeli siano educati a conoscere le più comuni preghiere in latino, come anche a cantare certe parti in canto gregoriano della liturgia (184)” (Sacramenctum Caritatis 62).

Come si vede, anche in documenti recenti si afferma ben diversamente. Ma anche nei documenti precedenti, come le istruzioni applicative dopo il Concilio, pur concedendo larghissimo spazio alle lingue nazionali, mai si era proibito il latino, nel canto e nella liturgia. Si riteneva che le lingue nazionali avrebbero favorito la partecipazione dei fedeli ma non c’è mai stata una volontà sostitutiva, meramente una volontà suppletiva. La critica più frequente è che la gente non sa il latino. Questo può essere vero ma vorrei ricordare come proprio i giovani che tanto esaltiamo ascoltano quasi esclusivamente musica in lingue straniere. Quindi il problema non è quello di celebrare in una lingua che il popolo non saprebbe, ci si dovrebbe chiedere della opportunità di usare questa lingua nella liturgia. E in effetti qui il discorso porterebbe lontano.

Il popolo deve cantare e quindi il coro è di intralcio

Questo è stato un altro punto completamente frainteso. In questo caso abbiamo l’errore logico che viene definito “falso dilemma”: se A è vero quindi B deve essere falso. Se il popolo deve cantare allora il coro non può cantare perchè intralcia il canto del popolo. Ma questa è una affermazione che non solo non sta nei fatti ma è anche contraria allo spirito di tutte le direttive ecclesiastiche dal Concilio ad oggi. Quello che si voleva evitare è che il canto durante la celebrazione fosse ad esclusivo appannaggio del coro, ma mai si è voluto penalizzare od umiliare il coro nelle celebrazioni liturgiche. Ma purtroppo è quello che succede nelle parrocchie dove sacerdoti poco informati mettono alla porta il coro per una falsa idea di partecipazione, più ispirata ad un vecchio comunitarismo in cui non crede più nessuno che all’autentica dottrina della Chiesa. Quello che si dovrebbe chiedere a questi sacerdoti è di mostrare un solo documento dove viene detto che il coro deve essere escluso dalle celebrazioni. Anzi, se andiamo proprio al documento che viene spesso impugnato da questi interpreti originali del magistero della Chiesa, la Sacrosanctum Concilium, vediamo che la realtà è ben diversa:

“Si conservi e si incrementi con grande cura il patrimonio della musica sacra. Si promuovano con impegno le “scholae cantorum” in specie presso le chiese cattedrali. I vescovi e gli altri pastori d’anime curino diligentemente che in ogni azione sacra celebrata con il canto tutta l’assemblea dei fedeli possa partecipare attivamente, a norma degli articoli 28 e 30” (114).

E cosa dicevano gli articoli 28 e 30? Il 28 avvertiva che nelle celebrazioni liturgiche ogni fedele deve limitarsi a svolgere quanto gli è proprio, non tutti devono fare tutto; il 30 dava alcuni suggerimenti per curare la partecipazione attiva dei fedeli, mai dicendo che questa era escludente il coro e il repertorio proprio del coro. Certo si può discutere sulle modalità della sua partecipazione, ma questa è un’altra questione. In effetti qui c’è il nodo dell’interpretazione del termine partecipazione e la sua distinzione con il partecipazionismo, dove tutti fanno tutto.

Bisogna valorizzare la musica e la cultura dei giovani.

Eccoci di fronte ad uno degli argomenti topici di tanta cultura post-conciliare. Questo errore logico può essere chiamato “ricorso alla novità”, quindi qualcosa è buona solo in quanto nuovo. La gioventù viene quindi celebrata in se stessa, non come proiezione verso la maturità ma come momento a sé stante. Certo ci sono le bellezze della gioventù ma essa è bella in quanto proiezione alla piena maturità e dovrebbe essere vista come proiezione alla piena maturità. Quindi, imporre attraverso il culto della gioventù un dato stile musicale a tutta la Chiesa (che è fatta anche da anziani, uomini e donne mature e bambini) non è logico.

Il culto del giovanilismo era in auge durante il fascismo, tramite il futurismo, e della gioventù veniva esaltata la vigoria atletica. Nel nostro caso, non si è neanche così fortunati perché della gioventù si esalta praticamente il concetto in se stesso, ma così facendo depauperandolo del suo vero significato che è la proiezione verso la maturità. Parlare poi di cultura musicale dei giovani è estremamente delicato, in quanto sappiamo che essi sono preda di una industria culturale che ne condiziona i gusti tramite potentissimi mezzi. Quei giovani dall’ascolto più passivo sono totalmente in balia di questi condizionamenti, mentre coloro che riescono a mantenere un po’ di indipendenza sanno anche discernere. Ma lo stile musicale che di solito passa nelle nostre chiese è quello dei passivi, meno raffinati. Quindi, in pratica non stiamo difendendo la cultura dei giovani (cosa è poi?) ma la cultura imposta dalle major discografiche. Certamente è un discorso complesso ma più o meno quello che succede è questo.

La rappresentazione della vita come gioia.

Conseguenza di questo atteggiamento è anche il presentare la vita indistintamente come gioia. Quindi tutta la musica per la liturgia deve avere un carattere saltellante in modo da servire questa esigenza. Esigenza che però come tutti sperimentiamo giorno dopo giorno, è profondamente sbagliata. In un certo senso può essere definito come ricorso alla paura: perché tutti sappiamo che la vita non è solo gioia, allora creiamo una sorta di paradiso artificiale. Dalla celebrazione e dai canti della stessa si eliminano tutti quei canti o termini che richiamano alla realtà di sofferenza per sostituirli con termini e canti semplicemente inneggianti ad una gioia che in questo caso non è spirituale, ma spiritata, quasi proveniente da una esaltazione che non procede da processo spirituale ma da una specie di esaltazione malsana.

Ma c’è anche un altro errore: la musica per la liturgia non è rappresentazione della vita, essa è per la gloria di Dio e l’edificazione e santificazione dei fedeli. Sono tutti concetti ascendenti, non sono concetti che si limitano al terreno. Ma questo lo vedremo poco più oltre. Tutti i pericoli di cui sopra erano stati identificati da Romano Amerio:

“Oggi la vita è presentata ai giovani irrealisticamente come gioia, prendendo la gioia in isperanza, che serena l’animo in via, per la gioia piena che lo appaga soltanto in termino. La durezza dell’umano vivere, dipinto un tempo nelle orazioni più frequentate come valle di lacrime, viene negata o dissimulata. E poiché con quello scambio la felicità viene figurata come lo stato proprio dell’uomo e dunque dovuto all’uomo, l’ideale è di preparare ai giovani una strada ‘secura d’ogn’intoppo e d’ogni sbarro’ (Purg., XXXIII, 42). Perciò ai giovani pare ingiustizia ogni ostacolo da saltare e lo sbarro è riguardato non come prova, ma come scandalo” (Amerio 1989, 173).

Questa mentalità si è riversata senza tregua nella musica liturgica. Questo rifuggire dalla sofferenza della vita promuovendo un repertorio musicale solo improntato al ritmi balzellanti è tipico di questo atteggiamento in cui si nega la sofferenza della vita. Certo tutti vogliamo la felicità, ma essa è una speranza non una falsa realtà.
In Chiesa si suona musica che la gente riconosce come propria.

Anche qui c’è un fondamentale fraintendimento della liturgia. La liturgia non è principalmente la vita, essa è soglia verso l’oltre. Essa è liminale, che significa che essa è una porta verso l’eterno. La musica dovrebbe essere un simbolo sonoro che serve ad aiutare i fedeli ad avvicinarsi a questo oltre, non ad aggrapparsi a se stessi. Se ci aggrappiamo a noi stessi non ci possiamo elevare, ci serve un appiglio esterno. Ecco l’errore di chi pensa che la musica che si sente fuori deve essere poi trasportata nella liturgia magari cambiando semplicemente il testo.
C’e anche il problema che le neuroscienze ci fanno capire sempre meglio: per riconoscere la musica noi usiamo un processo che è chiamato “categorizzazione”, quindi ad un ascolto musicale associamo certe sensazioni contenute nel nostro archivio mentale. Ora, quando la musica nella liturgia richiama troppo fortemente modelli improntati alla musica profana, il rischio è che i valori che passano siano quelli di quest’ultima, non quelli della liturgia. La musica in stile pop può essere usata per manifestazioni ad impronta religiosa, è sempre buono che si cerchi di parlare di valori spirituali usando tutti i linguaggi, ma la messa non è un momento prettamente catechetico, è il momento del disvelamento della Presenza. A questo ci prepara.

Chi presta un servizio musicale-liturgico lo fa con il cuore e buona volontà, non si deve chiedere più di questo.

Quindi, se si accettasse questo, sarebbe veramente fuori luogo il professionalismo musicale nella liturgia. Ma va accettato? In effetti, no. In questo caso abbiamo un errore logico che viene definito “falsa pista”: l’argomento di partenza svia il corretto svolgersi della questione perché è mal posto. E’ vero che chi presta un servizio deve farlo con il cuore? Certamente, la disposizione personale è importante ma lo è anche la capacità tecnica nello svolgere un dato compito. Se io vado da un dentista e devo scegliere fra il suo buon cuore e la sua bravura professionale, io sceglierei la seconda. Se andiamo da un medico per avere anche un piccolo interventino e il medico in questione ci fa sapere che lui non è veramente preparato per quel lavoro ma ci metterà tutto il cuore, saremmo tranquilli o no? Questo esaltare la buona volontà di tanti gruppi che si mettono ad animare la liturgia senza le necessarie capacità configura anche un altro errore logico, quello che viene definito “ricorso alla pietà”. Non perché una cosa ci può commuovere per questo deve diventare vera.

I professionisti non sono più ben accetti perché vogliono addirittura essere pagati, mentre queste cose vanno fatte con spirito di gratuità.

Chi presta un servizio musicale-liturgico deve avere i necessari requisiti tecnici, per avere questi è necessario studiare, per studiare bisogna pagare. Ora è un dovere che il popolo cristiano supporti coloro che offrono un servizio professionalmente qualificato, così come si pagano i fiori o coloro che forniscono il sistema audio e via dicendo. Il sacrestano viene pagato, perché non l’organista o il cantore? Anche qui, purtroppo, c’è un altro equivoco che poi ha serie conseguenze, in quanto questa deprofessionalizzazione ha disastrato la musica liturgica, portandola al livello attuale di grande decadenza. Non dimentichiamo che nella tradizione della Chiesa e nella dottrina sociale c’è il rispetto per il lavoro umano. Se io vado in chiesa esclusivamente per pregare certo non devo essere pagato, ma se offro una competenza essa deve essere riconosciuta e ricompensata. Perché se il principio fosse accettato che non bisogna pagare nulla nella liturgia quindi non dovrebbero essere pagati i fiori, la luce, l’elettricità, l’offerta per le messe e per il sacerdote e via dicendo. Se è valido quel principio, e non lo è, deve essere valido per tutto.

Insomma, se si usasse la logica ci si ritroverebbe a fare i conti con tanti errori che sviano coloro che si danno da fare con buona volontà ma che talvolta per non mettere in discussione alcune direttive non riescono a discernere il vero dal falso.

Aurelio Porfiri vive a Macao ed è sposato, con un figlio. E’ professore associato di musica liturgica e direzione di coro e coordinatore per l’intero programma musicale presso la University of Saint Joseph a Macao (Cina). Sempre a Macao collabora con il Polytechnic Institute, la Santa Rosa de Lima e il Fatima School; insegna inoltre allo Shanghai Conservatory of Music (Cina). Da anni scrive per varie riviste tra cui: L’Emanuele, la Nuova Alleanza, Liturgia, La Vita in Cristo e nella Chiesa. E’ socio del Centro Azione Liturgica (CAL) e dell’Associazione Professori di Liturgia (APL). Sta completando un Dottorato in Storia. Come compositore ha al suo attivo Oratori, Messe, Mottetti e canti liturgici in latino, italiano ed inglese. Ha pubblicato al momento quattro libri, l’ultimo edito dalle edizioni san Paolo intitolato “Abisso di Luce”.

Riflessioni sul Vangelo

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XXXII domenica del tempo Ordinario A
Commento al Vangelo di
ENZO BIANCHI
Mt 25,1-13

In queste ultime domeniche dell’anno liturgico la nostra contemplazione è rivolta alla parusia, alla venuta gloriosa del Signore, attraverso la lettura delle tre parabole che concludono il discorso escatologico di Gesù nel vangelo secondo Matteo (cf. Mt 25). Oggi ascoltiamo la parabola dello Sposo che tarda a venire e delle dieci vergini chiamate ad attenderlo.

“Poiché lo Sposo tardava…”. Il Signore Gesù è lo Sposo messianico (cf. Mt 9,15; Ef 5,31-32), venuto per stringere la nuova ed eterna alleanza di Dio con tutta l’umanità, nell’amore e nella fedeltà (cf. Os 2,21-22). Dopo aver narrato Dio con tutta la sua esistenza, Gesù “è stato tolto” (cf. Mt 9,15) ai suoi in modo violento, ha conosciuto l’ingiusta e vergognosa morte di croce: il Padre però lo ha richiamato dai morti, sigillando con la resurrezione l’amore da lui vissuto. Ebbene, nella sua incrollabile speranza nella resurrezione Gesù aveva previsto e promesso ai discepoli la propria venuta come Sposo definitivo alla fine dei tempi, affermando però che l’ora precisa di questo evento non è conosciuta dagli angeli e neppure dal Figlio, ma solo dal Padre (cf. Mt 24,36). Il problema serio, avvertito con urgenza dagli autori del Nuovo Testamento, consiste nel fare i conti con il ritardo della parusia. Di fronte a questo grande mistero non dobbiamo scoraggiarci o cadere nel cinismo, ma fare obbedienza a un preciso comando di Gesù: “Vegliate, tenetevi pronti, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà” (cf. Mt 24,42.44).

Proprio in questo solco si situa la nostra parabola. Dieci vergini, figura della chiesa chiamata a presentarsi a Cristo come una vergine casta (cf. 2Cor 11,2), prendono le lampade per uscire incontro allo Sposo, che viene per celebrare le nozze eterne con l’umanità intera. Gesù precisa subito che cinque di esse sono stolte e cinque sagge, intelligenti: le prime hanno preso con sé l’olio per ravvivare il fuoco nelle lampade, in previsione di un lungo tempo di attesa, le altre non l’hanno fatto. “Poiché lo Sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono”. È difficile restare vigilanti, mantenersi costantemente tesi verso l’incontro con il Signore, per questo Gesù insiste sul fatto che il sonno accomuna tutte le vergini: e chi di noi può dire di non attraversare ore e giorni di oblio, di dimenticanza della venuta del Signore? Davvero nessuno è esente da questo rischio, la differenza sta altrove…

Quando infatti la notte è squarciata dal grido: “Ecco lo Sposo! Andategli incontro!”, tutte le vergini così come si erano addormentate si svegliano e preparano le lampade. Allora le stolte, vedendo che le loro lampade si spengono, cominciano a chiedere alle sagge dell’olio, ma si sentono opporre un rifiuto: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi”. Egoismo? Mancanza di carità? No, semplicemente quest’olio o lo si ha in sé oppure nessuno può pretenderlo dagli altri: è l’olio del desiderio dell’incontro con il Signore. Ciascuno di noi conosce (o dovrebbe!) la propria verità più profonda, sa ciò che nel proprio cuore tiene desta o, al contrario, spegne l’attesa del Signore: nei giorni buoni come in quelli cattivi, nella veglia come nel sonno – “io dormo, ma il mio cuore veglia” (Ct 5,2), afferma la giovane ragazza del Cantico dei cantici – è nostra responsabilità rinnovare le scorte di quest’olio, in modo che il nostro cuore bruci del desiderio dell’incontro con lo Sposo… È nella capacità di tenere vivo oggi questo desiderio che si gioca il giudizio finale, cioè l’essere o meno riconosciuti dal Signore quando verrà alla fine dei tempi.

In questo tempo che va dalla resurrezione del Signore Gesù alla sua venuta nella gloria il grido della chiesa è quello della sposa che, insieme allo Spirito, invoca: “Vieni, Signore Gesù! Marana tha!” (cf. Ap 22,17.20; 1Cor 16,22). E ogni cristiano, ascoltando questo grido, dovrebbe rispondere a sua volta con tutto il cuore, la mente e le forze: “Vieni!”, sapendo che il desiderio bruciante della venuta del Signore è già, qui e ora, primizia della comunione con lui.

tratto da: Gesù, Dio-con-noi, compimento delle Scritture, 2010 San Paolo edizioni.

Lettera aperta alla comunità del Progetto NelTuoNome

Carissimi amici,
come sapete in questi giorni sono stato ospite della Comunità monastica-ecumenica di Bose,
una realtà religiosa di grande peso nella Chiesa e unica nel suo genere. Ho avuto modo di vivere con i fratelli e sorelle di Bose i vari momenti di preghiera secondo la regola dell’ordine dall’alba alla notte ed anche in questi giorni, le significative celebrazioni per le festività dei Santi e dei morti.
Ho desiderio, e credo sia importante, condividere con voi alcune riflessioni che riguardano anche la nostra attività nel Progetto. Tra le righe, ho portato in omaggio alla Comunità di Bose un canto scritto apposta per loro e che aggiungo al nostro sito. L’ho consegnato direttamente al fratello Thomas (svizzero di origine e violoncellista) che si occupa della musica e delle prove corali. Il mio dono è stato accolto con grande interesse e gioia e ho chiesto che, unitamente a una copia del nostro cd fosse anche dato a Enzo Bianchi, Priore di Bose che non ha bisogno di presentazione.
Il clima nella Comunità monastica è davvero straordinario così come l’ambiente naturale in cui sorge, di rara bellezza e fascino e che invita alla meditazione e anche a qualche bella passeggiata.
E’ stato importante per me vivere queste due feste dei Santi e dei morti, che a mio parere si riassumono tutte in quella dei Santi poiché nel mio sentire di fede ritengo che non ci siano morti ma solo vivi.
Nell’omelia del giorno dei morti, Enzo Bianchi ha approfondito questa tematica parlando diffusamente del senso della vita in funzione anche e non solo, della nostra morte personale, intesa ovviamente come morte fisica e non spirituale.
In alcuni passi mi è sembrata stridente rispetto al mio sentire ma ho cercato di cogliere il bello e l’utile delle sue profonde parole, non certo casuali o superficiali. E proprio perché stridente è stato motivo di riflessione profonda nel silenzio.
Enzo ha messo in evidenza il rapporto tra la morte personale, fisica, che ci attende inesorabile e che ci appartiene come limite umano, e la fede nella risurrezione che è una realtà che Gesù ha conquistato nella sua morte e risurrezione. A ognuno la sua morte, e qui si apre un capitolo intero (su come viviamo e come moriamo), sulle nostre scelte e sul nostro cammino di credenti, sofferenti come siamo per le nostre cadute e incoerenze, per la incapacità di amare e di non peccare, segnati dalla ricerca del bene e la inevitabilità del male.
Ecco, il tema della morte personale che ci attende, nella dimensione terrena e quello della Vita eterna che ci è promessa da Gesù come dono della sua morte e risurrezione, sarà il centro del nostro prossimo evento di preghiera a S.Caterina.
Vi invito tutti a prendere coscienza che sempre più gli incontri di S.Caterina devono essere vissuti, perché così si delineano sempre più, come momenti fondanti per il nostro progetto proprio in senso spirituale.
Cercare di essere uniti nella preghiera veramente, che il nostro cantare sia prima di tutto questo e che siamo consapevoli che questo ci nutre e ci salva al tempo stesso. Siamo anche noi come monaci della Parola cantata, servi di questo e dobbiamo essere uniti anche se diversi. Una piccola comunità.
Non abbiamo linee guida da impartire a nessuno per come fare preghiera insieme, non vogliamo espanderci e creare tanti gruppi, piccoli o grandi NelTuoNome, in modo che tutti preghino in un certo modo. Portiamo a tutti il canto e la sua bellezza ma non chiediamo altro. Si, rimaniamo nell’unità della Chiesa, con tutte le miserie di ciascuno, con tutta la sua frammentazione in gruppi e movimenti, con tante idee diverse e non tutte buone, con i suoi tradimenti e le sue contraddizioni. Caducità, sofferenza, corruzione, meschinità ecc. fanno parte dell’uomo e quindi di una Chiesa fatta di uomini, ma noi possiamo tendere con speranza e forza verso la santità, che non è perfezione ma centratura in Dio, andare dritti al bersaglio. E’ La Chiesa del Signore, fatta di uomini e donne in cammino che sono quello che sono.
Una ultima riflessione utile a me che scrivo molta musica ogni giorno, ma anche a voi che la fate, è stata quella sulla adeguatezza dello stile della musica che si fa per esprimere la preghiera. Ho avuto un bel confronto con i responsabili della musica di Bose, ho avuto accesso a testi importantissimi e interessanti dei compositori dai quali è stato creato l’innario e la liturgia cantata. A Bose sono passati anche grandi compositori che hanno lasciato il loro contributo artistico e spirituale e sono ricordati in una bella composizione di mattonelle con impronte di foglie e piante incise e che portano il loro nome, creata sul muro dell’accoglienza del monastero. Con grande consolazione vedo confermata la bontà delle scelte e degli studi fatti e che si compiranno ancora, ma anche del pensiero su questo. Anche qui dovendo portare infinita pazienza nello scorgere dappertutto intorno a noi i frutti di una ignoranza e maleducazione musicale indotta da modelli musicali magari anche validi in sé ma assolutamente non consoni a portare testi e contenuti della Parola o della Sacra Scrittura. Questo richiede una profonda conoscenza di ciò che significa musica sacra, che ha delle esigenze molto precise in quanto a tecniche compositive e adozione di stili. Tutto questo non presente nella stragrande maggioranza dei materiali musicali presenti nelle nostre disastrate liturgie (musicalmente parlando) dove continua a regnare il fai da te dei responsabili animatori musicali parrocchiali e compositori improvvisati ignari di ogni conoscenza legata alla musica sacra e spirituale e men che meno alla liturgia (nel caso della messa e celebrazioni varie). Anche nel caso di autori vicini a noi, molto ci sarebbe da dire sull’uso che si fa della musica, dei testi e dello stile. Cose fondamentali che nessun musicista serio dovrebbe permettersi di non rispettare. Chi scrive musica destinata alla preghiera DEVE conoscere le leggi antiche e moderne della musica e la storia della musica sacra, nel senso di essere in grado di riconoscere e utilizzare gli stili delle varie epoche, soprattutto quelli legati alla musica vocale, che è la maggior parte della musica sacra.
Essere in grado di scrivere nella forma e nei modi con conoscenza musicale, teologica e spirituale.
Comunque avremo tra qualche tempo la possibilità di un momento di condivisione e di scambio con la Comunità non appena potremo recarci insieme per un paio di giorni almeno. Sto curando un progettino di condivisione del nostro progetto con il loro repertorio. Tra l’altro vi farà piacere sapere che mi è stato detto che la comunità di Bose è molto onorata di avere alcuni brani del loro repertorio nel nostro progetto, che sarà seguito dal responsabile della musica che accennavo poco sopra.
Per concludere non consideriamo gli incontri di S.Caterina come superflui o inutili, tanto più se vanno deserti.
Ho capito in questi giorni l’importanza di fare la nostra parte: quando alle sei del mattino, ancora buio, i monaci si alzano e si vestono con le loro vesti bianche con grande cura, si comportano come nella solennità di una grande festa. E così cantano le lodi a Dio con grande impegno e trasporto, anche musicale. Non hanno bisogno di avere una partecipazione, un pubblico che assiste a questo. E’ loro parte e loro gioia, è la loro stessa vita.
La preghiera è stare davanti al Signore e lodarlo, cantare a lui.
Questo è anche il cuore del nostro progetto che va al di là dei risultati.
Perciò prendiamo in grande considerazione quello che facciamo in questa chiesa che ci è stata donata e che tanto è carica di preghiera e di Spirito. Per noi deve essere una gioia e un momento atteso. Mi impegnerò e proveremo per creare sempre più un puro momento di preghiera cantata anche inserendo la compieta, per essere in comunione con tutta la Chiesa nella sera che volge alla notte.
Che il Signore ci assista e non ci abbandoni mai, ci dia la forza dell’impegno e la gioia della lode.

A tutti voi un grande abbraccio nella gioia della musica e del Canto Spirituale.

giko